martedì 23 febbraio 2016

L’idea

Qual’era l’idea? Semplicemente quella di tentare un approccio diverso al mondo dei blog o, meglio, di trasformarne in parte lo spirito. L’idea nasceva dopo anni di esperienze in rete e di riflessioni spesso contraddittorie ad esse conseguenti: era soprattutto il desiderio forte di tornare agli inizi personali, tornare al cartaceo. Chi leggerà qua non avrà difficoltà a riconoscere una buona parte dei miei post riveduti, corretti e assemblati a mo’ di libro: la suddivisione in capitoli fa parte del gioco. Già altre volte ho provato questo che a tutti gli effetti può dirsi un esperimento ambizioso: i risultati finora sono stati deludenti ma adesso per una quantità di motivi è giunto il tempo di lasciare i sogni al loro destino e farli scorrere liberi senza chiedere nulla in cambio.

PREFAZIONE O ASSOLUZIONE.

Strada finita questa, rimane qui in tutto il suo svolgimento completo.Voglio chiedervi un favore: ce ne andiamo tutti prima o poi, fate in modo che questo blog non sparisca, Se un giorno la blogosfera dovesse mutare abito o sparire del tutto in altre forme di comunicazione virtuale, se di questi miliardi di parole scritte non dovesse restare che un ricordo sempre più lontano, se nessuno di questa stagione di blogger restasse in rete, SALVATEMI DALL’OBLIO. Ricopiate e incollate questi post altrove, usateli, smembrateli fateli vostri ma non fateli morire in silenzio. L’indifferenza uccide. Io finisco qui per consunzione e mancanza di fede, a voi proibisco di fare la stessa fine.
QUI e solo qui, non potrebbe essere diversamente. Quando vi leggo trovo a volte delle autostrade aperte che sembrano portare alla comprensione e poi, mi dico, fisiologicamente alla reciproca conoscenza. Immagino di voi e della vostra vita, la faccio discendere naturalmente da quel che scrivete: tutto al suo posto qui, ogni tassello perfettamente inserito dentro il suo alloggiamento. Per episodi più o meno lunghi l’ombra che sempre proiettate sul mio intelletto acquista una corporeità vera; mi aiuta a giocare anche con la mia esistenza qui, a scambiarla nel mio immaginario con le mie parole e con le idee che sento aleggiare in modo palese in questa dimensione virtuale.
C’è anche dopo questi anni una familiarità “storica”, una consuetudina maturata nel tempo, è essa a dare colore alla mia immaginazione a farla sembrare reale: è così facile a volte permetterle di sostituirsi ai nostri giorni veloci e vivi. Qui ci siete tutti, ci siamo tutti anche coloro che non ci sono più, che sono partiti per altre avventure. Io dico al vento ricordi ciò che disse quella volta? Pensi al significato premonitore di quello scritto? Ho in questi casi la netta sensazione che annuiate tutti e che comunque nessuno di noi possa modificare alcunchè.
Non ho nessuna intenzione di agire diversamente, non c’è un’altra conoscenza che io desideri di voi, è un equilibrio sottilissimo e mi bastate fatti di parole e pensieri. Ma qui e solo qui, fuori c’è la guerra e forse Enzorasi è già partito lasciando dietro di sè una tenue scia di sogni interrotti. Non ho miti, non li ho più: gli ultimi si sono dissolti nell’inverno del 1973. Non ho punti di riferimento assoluti non abbraccio più nessuno, ma ascolto tutti. L’amore è solo un’utopia, la possibilità di chiudere occhi e cervello e, appresso a quello, anche la tastiera non è un’opzione accettabile per me. I blogger li leggo, li vedo, a volte li “sento” ma so perfettamente che è un momento: se ne andranno o peggio diranno cose terribili per me. Li rispetto e spesso non sono stato ricambiato: è il web, l’umanità, la cultura , la stupidità, la noia e l’abitudine. Siamo noi. Non ci sono guru nel mio panorama culturale, io sono sullo stesso livello di chiunque altro, appena mi colpiscono in modo becero divento di una spanna superiore sotto tutti gli aspetti. Non ho mai incontrato un’idea assoluta o un assoluto giusto. Siete tutti relativi, siamo tutti improbabili.
Mi resta solo la mia terra o, meglio, la sua metafisica. Di questo potremmo parlare a lungo ma questo blog non si aggiorna, è trapassato. Vive solo della lettura che lascia chi passa di qua. Il suo desiderio più grande (perchè il blog è tutt’uno col blogger) resta inappagato e stride forte col bianco della pagina uccisa dai segni neri.
Non so più scrivere mi dico a volte. Guardo smarrito la tastiera e mi affido al foglio e alla penna. Crollo la testa e mi allontano col pensiero da tutto: la stupidità di vivere arriva subito dopo con i suoi banchetti di roba usata. Mi dice guarda, tocca, compra e, sopratutto fai in fretta, domani non ci sono più, domani non esiste. Non c’è riuscita finora. Non compro nulla ma annuso tutto Apro le ali che non ricordavo di avere, il fruscio dell’aria sotto di me è una poesia che mi porta via. Non è vero che non so più scrivere. Scrivo per questo.
TECNICISMI -  Non c’è più tempo, era questa la sensazione nell’aprile dello scorso anno quando decisi di organizzare una parte dei miei post nel modo che vi accingete a leggere; non so spiegarvi come e perchè quella sensazione era diventata tanto chiara e presente anche perchè provarci mi farebbe troppo male. Questo è un blog? Sinceramente non saprei come definirlo, ho trascorso mesi interi a domandarmi cosa diavolo sia questo insieme di parole scritte. Il tempo sta scorrendo in fretta, io non ho trovato alcuna soluzione, alcuna definizione. Non so cosa sia questo spazio. Se penso che ho appena fatto click e ho liberato nell’etere più di novantamila parole con l’ausilio di pochissime immagini mi viene voglia di rimangiarmi il gesto: quanti saranno i pazzi che riusciranno a sorbirsi i primi 3 capitoli senza mandarmi più o meno educatamente a quel paese? La blogosfera ha ritmi diversi, scrittura diversa, dinamiche relazionali distanti anni luce da questo tentativo che sto mettendo in atto. Mi sono detto cento volte di non aspettarmi nulla, di non coltivare nessuna illusione. Me lo ripeto da almeno un anno… solo che mi dispiaceva scolorire senza averci provato, affondare nel marasma di parole che tutti produciamo senza aver provato a vestire le mie in modo consono a quello che io provo nei loro confronti e nei vostri. Questo tempo con l’esperienza che si porta appresso finisce veramente qui, sulla soglia dei miei anni compiuti e della mia vecchiaia incipiente. Altri blogger ci sono passati io ne conosco alcuni, tutti hanno lasciato un segno in questo ambiente, anche quelli che hanno abbandonato il loro spazio nell’etere come una pianta solitaria e non più curata. Non c’è modo di spiegare la fine, esiste solo il tentativo di vestirla in modo diverso: il mio è questo. Cerco la mia identità, il succo del discorso sta tutto lì, non ricordo esattamente quando l’ho persa ma è passato molto tempo. Credo che sia un rischio insito in quelli che come me sono transitati per luoghi ed esperienze lontane anni luce tra loro; crescere, vivere e morire guardando gli stessi orizzonti ti protegge e ti opprime. Ti salva dall’eccessiva confusione inizialmente e ti ruba la possibilità di cambiare dopo. Io non ho scelto nulla!
Non posso arrogarmi scelte che non ho mai fatto: il caso, la vita, altre circostanze mi hanno costruito attorno un’esistenza complessa e multiforme. Io mi ci sono adagiato e adeguato finchè è stato possibile. La scrittura fin dai tempi dell’adolescenza è stata la mia unica ancora di salvezza, il mio riconoscermi quotidiano dentro una girandola di voci e di volti. Per questo motivo vorrei con tutto me stesso che le pagine che leggi ti dicessero veramente di me.
La mia identità profonda è dentro le scelte sintattiche e verbali, dentro la punteggiatura, gli aggettivi, gli avverbi e i tempi scelti nel raccontarsi. Potrebbe essere difficile credere che una parola piuttosto che un’altra o una virgola possano dire di me come uomo più di una foto ben eseguita, eppure è così. Questa identità soggiorna qui da sempre ed è nella sua anzianità di servizio che io ripongo la speranza di non perdermi per sempre.
Non è un contesto facile, nemmeno qui nel virtuale la libertà di essere se stessi e manifestarsi tali ha sempre cittadinanza. Sono anni che se ne parla: la libertà in rete è seriamente minacciata? Saremo privati della libertà d’opinione? Meglio, non potremo più esprimerla e diffonderla in rete liberamente? Si sente sempre più spesso dire che diventerà obbligatorio pagare per la pubblicazione di qualsiasi cosa, foto, musica, collegamenti etc etc, i nostri blog diventeranno pagine grige senza gadget di nessun tipo e senza suoni; poi si dovrà pagare anche per il semplice fatto di averlo un blog. La parola gratuito scomparirà per sempre dal vocabolario della rete? Non vorrei attendere i posteri per avere la sentenza. Spesso il problema è malposto perchè non è la libertà di pensare che viene intaccata quanto la sua visibilità! Da questo punto di vista la blogosfera finora ha fallito i suoi obiettivi riuscendo solo ad imitare pedestremente i media ufficiali e le loro bugie di parte. Se è questa la comunicazione libera e svincolata da remore ossequiose verso i partiti di riferimento la sua sparizione non procurerà nessun danno ai poteri forti che continueranno a farsi beffe di noi come hanno fatto fino ad oggi. Il problema del COPYRIGHT è un argomento attiguo ma usato in questo caso in modo strumentale. Per logica e correttezza di base qualsiasi scritto o immagine lasciati in rete con il proprio identificativo dovrebbero essere citati con la loro origine corretta: non vedo cosa ci sia da discutere su questo. La rete è un serbatoio immenso e, a mio parere, non controllabile mai interamente, vorrei che la fruizione di esso restasse la più libera e informale possibile; dovrebbe bastare la citazione completa dell’origine. Usare questo argomento per farne entrare subdolamente un altro molto più mediocre e illiberale è semplicemente vergognoso! Ho comunque ottenuto il copyright per tutti i testi che trovate qui: ESSI SONO MIEI, sono il frutto di molti anni di lavoro intellettuale e rappresentano anche uno specchio fedele della mia vita. Non mi sento migliore per avere legalmente i diritti di ciò che ho scritto, per lunghissimi anni me ne sono altamente fregato e mi sembra strano averlo fatto adesso! Non c’è una sola cosa inventata in ciò che leggete, se l’autobiografia ha un qualche valore allora questo blog possiede molto valore. Mi dispiace dover lasciare inserita la moderazione dei commenti: ma con la fauna ridicola che gironzola in rete è indispensabile farlo… mi ricollego al discorso iniziale sulla libertà e la qualità della blogosfera. Se abbiamo un gran numero di pulpiti avvelenati è difficile pretendere di essere presi sul serio a proposito di comunicazione, etica e civiltà. Buona lettura.

UNO

Se avessi il coraggio, vero, unico e disperato di lasciare un solo blog. Scarno senza nessun altro obiettivo che quello di liberare l’angoscia terribile che mi divora da anni. Se avessi la dignità totale di non tener conto delle differenze caratteriali, culturali e anagrafiche di ciascuno di voi e riuscissi finalmente ad essere soddisfatto di me. Se fossi diverso da come sono ora e uguale a come ero 10 anni fa prima di entrare in rete... allora sì che riuscirei a lasciare un segno della mia anima: senza secondi fini, senza passato nè futuro, senza nient’altro che un sogno sospeso dentro l’aria. Che è di tutti e quindi di nessuno. Se riuscissi a fare una cosa così tu mi leggeresti ? Faccio la stessa domanda a tutti coloro che sono passati di qua e dagli altri blog che ho seminato in rete: un luogo senza dinamiche formali, senza commento e rispondo, senza galateo ma pieno di educazione silenziosa, un blog manifesto che non preveda e non chieda altro che lettura e tutt’al più un segno come – ciao- ho letto- che speranza avrebbe di sopravvivere? Lo so che è una domanda sciocca, ma è vera perchè siamo umani e abbiano carne e sangue e desideri di liberazione condivisa; ci sto provando in tutti i modi ma ancora non ci riesco. Lascia perdere il navigatore, non serve, serve solo lucidità…ma se vuoi lo apro veramente un blog così. Anzi lo riapro giacchè dorme silenzioso da 2 anni sotto una rosa bianca. Lì i testi ci sono tutti interi, lì io sono veramente e finalmente nudo.
Come quando si nasce. O si muore.
E’ stato il primo amore: avevo scelto con cura ogni suo aspetto, anche il titolo mi era sembrato perfetto, esprimeva in modo adeguato quel che ero. Questa era “Omologazione non richiesta” ed io l’ho amata con tutto me stesso. Mi dava la possibilità di esprimermi e di confrontarmi, di liberarmi e volare via. Gli anni terribili della delusione e dell’inganno non sono stati capaci di ucciderla e questa è adesso Omologazione come sono riuscito a salvarla. Nacque per uno stimolo di chi in rete bazzicava già da tempo, Desaparecida, quello che mi disse allora risuona nella mia mente in modo nitido, lei ha chiuso da molto tempo. Non domandatemi cosa cerco in rete, non chiedetemi cose sciocche come l’esausto refrain – vuoi la visibilità, l’audience? Tutti quelli che stanno su un blog VOGLIONO ESSERE LETTI! Non siamo dei pazzi fuggiti dal manicomio e desiderosi di scrivere al vento.
Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire! Io sono qua perchè il blog è l’unico mezzo che ho trovato finora per liberare la mia scrittura e ciò mi rende felice; non sono disponibile a qualsiasi compromesso pur di essere letto ma ritengo che la libertà di proporsi ad un pubblico vasto sia impagabile. Nonostante questo la blogosfera mi è sempre stata stretta e il mio percorso dentro di essa pieno di ostacoli.
Non so decifrare il malessere che da due anni mi è piovuto addosso, a volte ho demandato ad altre situazioni il suo potere su di me, ho voluto pensare che non da me ma da fuori nascevano imbarazzi, nevrosi e sconfitte. E’ solo parzialmente vero, su un tessuto abbondantemente provato e discontinuo si è inserito il rapporto con il virtuale e molti equilibri sono saltati. Non c’è nulla che mi piaccia e mi intrighi più dello scrivere, non c’era bisogno dei blog per capirlo: tutta la mia vita lo racconta da quando ero solo un ragazzino con i pantaloncini corti. Scriverò dunque qui e altrove, completerò anche alcuni degli altri blog che gironzolano in rete come asteroidi impazziti, ma lo farò in silenzio e in segreto: quando questo blog ricomparirà in rete sarà concluso in se stesso, un libro, il mio, da leggere e basta, senza dinamiche ingestibili, senza urgenze o equivoci. Vorrei che fosse un manifesto vivo e colloquiale della mia esperienza in rete, questo è il motivo della decisione di permettere i commenti. Ciononostante sono conscio della “staticità” di uno spazio siffatto, capisco che chi mi legge vorrebbe aver a che fare con materiale nuovo; io però mi sono reso conto che se non chiudo definitivamente questa prima esperienza da blogger non sono capace di intraprenderne un’altra. Ho anche capito che per indole mia, per l’approccio che ho sempre avuto col mondo fuori da me, non potrò mai essere un blogger decente. Non riuscirò mai a tenermi a freno, medierò sempre male e sarò ciclicamente colto da furori o depressioni “totali”. Ho aperto e chiuso una quantità spropositata di blog, per vari motivi, tutti tranne un paio, risibili: sono certo che anche adesso mentre scrivo c’è qualcuno in rete che mi cerca, mi odia, fa spallucce o si rammarica.
Io non chiedo più comprensione, il web finora è un largo spazio apparentemente libero, in cui vige la legge della selezione naturale darwiniana: solo una parte di blogger resiste a lungo e, a mio parere ed escludendo me, non sempre la migliore. Non sarò certo io a cambiare questo andazzo comune tra l’altro ad altri mezzi di comunicazione di massa. Io cerco una serenità lontana.
L’altra sera ho pensato, guardando la luna affacciata sul mare, che l’amore per me era ed è sempre stato l’eco della mia solitudine dinanzi alle cose che amo. Il desiderio perennemente insoddisfatto di condividere la poesia della vita in tutte le sue manifestazioni con un’altra da me. Perché io così da solo non mi basto, non mi accetto: è uno spreco indicibile non potere o non riuscire a dire guarda, tocca, senti a d un altro essere che lo intenda così come io lo respiro, lo scrivo…lo vivo. Pensai che il blog sarebbe stato utile a questo: la testa fuori e le mani alzate per continuare a rincorrere i sogni, per non sfogliare le pagine da solo. Così in parte è stato: devo confessarvi che, tranne i momenti di fisiologica stanchezza, queste pagine mi escono fuori con una naturalezza che sorprende anche me ma non avevo considerato i pericoli che cavalcare la tigre del consesso umano comporta. Esiste una sensualità nel proporsi per scritto che non ha nulla da invidiare a quella che vive nelle pieghe della carne, una febbre oscura e improvvisa che non viene dalle propaggini di un letto; io non ho intenzione di negarla e, se la incontro, riconoscendola mi abbandono a lei con sconsiderata fede. L’amore prende e dà, più lo misuriamo e più ci sfugge, inserito nelle roboanti categorie della nostra tremebonda mediocrità ride di noi, ci sfiora, a volte si presenta dopo una svolta e ci fa sbandare con cinica abilità. Così ho fatto trascorrere una parte della sera ed ho aspettato la luna per sorprenderla mentre trescava col mare. Ed ero solo. Credo d’averlo detto tempo fa: parlo sempre e solo d’amore, anche se gli argomenti sembrano i più vari il pentagramma è quello. Evidentemente non sono capace d’altro. Evidentemente mi appare così indispensabile da dargli tutto lo spazio di cui dispongo. Lo sento, come assenza o presenza, in ogni occasione…e se parlo delle campagne assolate della mia isola è amore; se vi racconto del branco di ricciole incontrato nelle acque di Linosa è amore; se vi dico che ho immaginato di togliermi di mezzo è amore. Non sarò certo io a dire la parola definitiva, a spiegarmi e trasmettervi finalmente il segreto bilancio di questo sentimento. Non sarò io e mi dispiace, in fondo penso di averla intravista un paio di volte la risposta giusta…troppo poco e troppo in fretta. Che mi manchi da morire è palese, altrettanto chiaro che non sarà in questa vita che potrò stringergli i fianchi.
E’ questo il tempo? Quello che vorrei è un distillato di scrittura, ora che ancora posso permettermelo. Negli anni precedenti ho mangiato molta letteratura, i blog sono stati alcune delle portate del ristorante. Certe volte ho anche pensato di aver esagerato, che fossi vicino ad un’indigestione: mi sono rimproverato di non aver saputo o voluto discriminare, di aver cercato dentro la lettura il senso di molte cose del mondo. Pensavo che per giudicare o censurare dovessi prima leggere in ogni caso e con qualsiasi premonizione. Ho ingurgitato una marea di sciocchezze palesi, una pletora di sfilate sartoriali fini a se stesse. Non ho più il tempo di dilungarmi, mi è restato quello di immaginare o far immaginare. Ho motivo di supporre che il problema della “sincerità” sui blog non sia solo una mia supposizione: comunque lo si voglia definire questo picchiettare sui tasti, il senso o il fine di una pagina virtuale non può prescindere da una verità di comunicazione senza la quale un Blog non è nulla. Ci sono “nulla” imponenti in rete e non lo dico dall’alto di un’arroganza o presunzione di merito: i nulla sono talmente evidenti da non necessitare di alcuna spiegazione. Non sono legati solo ad una sintassi o ad una lingua raffazzonata e nemmeno ad argomenti più falsi e stucchevoli delle stoviglie di plastica: sono luoghi di una risibile tendenza al ribasso dove si cinguetta del come sei bello come sei giusto come sei bravo. A volte sono anche scritti bene e non è quello il metro di giudizio da utilizzare; la cifra stilistica o letteraria cui fare riferimento. E’ un pericolo cui tutti siamo esposti perché il comodo di un abbraccio a priori per non essersi spostati di una virgola dal target sociale e culturale di riferimento è qualcosa di ipnotico. Per ogni blog c’è un nome, una persona, una vita e un’emozione: io rispondo ad ognuno di voi, mi sentite? E vi domando, mi domando, quale altro scopo può avere un blog se non quello di aprire alla conoscenza e alla comprensione spiriti e culture diverse? Comunicare e goderne, questo è il mezzo che abbiamo fra le mani. Non siamo tutti uguali e non abbiamo eguale talento, ciò non significa appiattirsi verso il basso ma semmai il contrario. Ho scritto per lunghi anni sino allo sfinimento, spinto da una febbre in cui il compiacimento era solo una piccola parte e il bisogno di verità e assoluto la segreta richiesta. Ne sono uscite cose come quelle che leggete: sono la mia verità? Sì lo sono e possono essere tenute in mano liberamente. Non rappresentano dogmi intoccabili, esprimono solo il mio desiderio di restare, il bisogno di non morire all’oblio delle emozioni e dei sentimenti che mi hanno sorretto nella mia vita. Sono la mia testimonianza, curata, levigata…amata. Io veramente non ho altro e non so scrivere di altro. Non so come ci stia riuscendo ma il tempo, frantumato in mille cocci, si sta assommando qui. Questa casa sull’acqua raccoglie molte delle mie stagioni e il passato rientra a cavallo del presente, il futuro che verrà si nasconde con malizia tra le pieghe di una metafisica provvisoria. Non ho alcun progetto.

Non mi liberai ieri dello scandalo
d’esistere.
Non lo farò nemmeno
oggi
preferendo la leggerezza
di pensare
ai giorni in cui pesavo
poco
e il viso avevo di lentiggini
pieno
come di papaveri in estate
un campo di grano.
Quel che fui mi trasfigura ogni
giorno,
quel che sono non riesce
nemmeno
ad ingannarmi.

Vorrei dire “sembra incredibile” ma non posso perchè è credibilissimo. Sono in fase di sopravvivenza e l’ho affidata a questo spazio: no, non tutta ma in buona parte sì. Guardando fuori da qui verso il golfo aperto della mia città la cosa che mi viene più facile da pensare è un’estate infinita, stile vecchi tempi. Dilatata e sensuale ma lenta, lentissima, piena di me e della mia vita, dei miei segni e dei miei stupidi assiomi. E’ esattamente ciò che voglio, l’unica cosa che comprendo. Non è amore, è l’orgasmo che viene dopo e che nessuno vuole gestire perchè è meno romantico. Aspettare, è ciò che dovrei fare in questo periodo di presunte agonie e inevitabili condoglianze. Non so farlo, non nel modo tradizionale: io aspetto superando le mie emozioni per vederle da un’altra prospettiva.
La causa vera di queste pagine è questa, avrà un senso finchè ci sarà la spinta mia personale e dentro le voci che ho iniziato a frequentare in rete. Ho un istinto maledetto e analitico che mi porta via e mi disperde in mille rivoli mentali e in mille attenzioni ineludibili: sembrano tutte fondamentali quasi che tralasciarle significhi, ipso facto, perderle per sempre. Non è così che va il mondo, a volte ritornano più vere e definite di prima, altre scompaiono nell’acqua indistinta dove non è possibile dare loro adeguata sepoltura. In questo caso aspetto: mi dico che ho ancora tempo davanti, lungo e aperto quanto quello già lasciato alle spalle.
Si vive di incredibili menzogne. Oppure si muore.

DUE

Quanto il virtuale ci allontana dalla vita vera? Quanto valgono veramente le diatribe accese, le discussioni più o meno serie in rete? Quanto di noi resta di sincero su questo strano oggetto che chiamiamo blog? Credo che ci prendiamo troppo sul serio. Credo che spesso non siamo all’altezza di presentarci in pubblico. Credo che molti di noi aprano un blog per stupido esibizionismo o per un malcelato senso di autoaffermazione. Credo che io debba mondarmi da un certo numero di peccati. Ma dirlo o farlo qui non basta e non serve. Per vivere con un minimo si serenità e per continuare ad aprire la porta di questa casa devo scordarmi della gran parte di voi, esattamente quello che sto facendo in queste settimane. E’ un forzatura terribile ma, senza, dovrei cinguettare allegramente convenevoli talmente ipocriti da essere inascoltabili. La vita, la mia vita cammina altrove. Così com’è, senza troppe distrazioni, con molte letture, abbastanza noia e qualche incazzatura. Questa domenica scivola via nel ricordo di una serata con un po’ di sano Jazz e una cenetta parca con un paio di amici. Scivola per entrare nella sera che precede un altro giorno usato senza avere il tempo di baciarlo e stringerlo stretto. Scivola con me: guardo il golfo e molte cose diventano inutili, molte persone vuote. La mia vita passata.
Placarmi un tempo mi appagava di più: mi restituiva la misura mia, il giusto senso del ritmo della mia esistenza. Non eliminava i motivi della discordia nè le basi ideologiche profonde di essa, le portava soltanto su un piano diverso e le mondava da inutili e controproducenti eccessi. Era così un tempo e così era, ma forse sbaglio, il mondo degli uomini che mi circondava. Non c’era internet, l’anonimato era relegato a ridicoli fogli bianchi scritti a stampatello o con caratteri trasferiti da altre fonti; al di fuori di ciò c’era il guardarsi in faccia o il non parlare del tutto. Scrivere su un foglio non è la stessa cosa di battere i tasti neri di questo PC, non lo è affatto! Leggere un libro, lasciarvi dentro un segno o il cuore, riprenderne certe pagine e rileggerle, carezzare il dorso della copertina, infilarlo in una tasca e farsi accompagnare da lui durante la giornata non è come gestire un blog. Il web non ci ama amici miei, è una creatura vuota e senz’anima che vive parassitando il nostro spirito, riflettendo il nostro sentimento. Quando usciamo si spegne la luce e non resta nulla…questa è la sensazione che mi rode da un paio di anni.
Se scriviamo i nostri segni per lasciarli in eredità ad altri cuori e altre menti, se pubblichiamo noi stessi chinando il capo al trascorrere immutabile dell’esistenza, se ci abbiamo creduto veramente alla possibilità di essere altro dal nostro morire giorno per giorno…allora è difficile accettare che le nostre parole vengano fucilate da un evento elettronico e asettico.
Da molto tempo sto vivendo ” l’idiozia della rete” in certi contatti e in certi commenti, la sento fatua e sciocca mentre mi fruscia accanto aspettando di contagiarmi e uccidermi a modo suo. Non sarà così! Morirò altrove con le parole scritte addosso e su un foglio di carta stampata: il senso vero e il cuore con l’emozione che si porta dentro sono già nell’aria, queste stanze sono un albergo provvisorio. La casa vera è dentro il nostro riconoscersi. Appurato questo grande e “originalissimo” concetto ribadisco che placarmi oggi mi lascia stanco e svuotato. Mi fa essere un sasso lasciato cadere dentro l’acqua ferma di uno stagno: un peso che trascina con sè, sul fondo, tutte le grida e gli insulti, le inimicizie e le delusioni. Oggi questa pace mi annulla e mi delude, oggi raccoglie i miei anni precedenti e li porta davanti al tribunale della vita e lì la sentenza è già scritta. Placarmi o no mi lascia inutile. Scrivere mi ridà la vita che manca, regala occasioni, cambia intuizioni e costruisce sogni perfetti.
Tu mi sei arrivata addosso come una lunga ondata prevista, abitavi qui, c’eri da sempre e mi mancavi. So bene che non mi stai leggendo. Fingo che tu lo stia facendo e ti chiamo, ti cerco, immagino la tua solitudine segreta, quella che concedevi solo a me in quell’altra vita, in quell’altro tempo. MA NOI ERAVAMO DIVERSI PENELOPE già quasi come adesso, ora perfettamente formati dentro le nostre singole ricerche.
“E’ già primavera ?” mi chiedesti un giorno. "Sì ma non per molto. E’ vero. sono giunta come un’onda. sapevo che da qualche parte ci saremmo trovati come d’altra parte avevi previsto. L’onda ha incontrato i tuoi piedi e per ritirarsi s’è fatta schiuma. La solitudine che tu conosci non mi fa più male. Ho capito che è inutile urlare ai sordi, vano cercare emozioni in occhi che non s’inumidiscono mai. Sto in un cantuccio illuminato da una luce tutta mia. Quella luce tu l’hai vista, è ancora qui”.
Penelope, l’inutilità che di mattina spaventa e immiserisce a sera ti cambia la prospettiva. Vive in un tempo lunghissimo di cui solo pochi riescono a intravedere la schiena che l’altra faccia della vita dipana. Io ho bisogno di luce e cantucci in attesa di spazi infiniti che ben conosco. Chissà perchè scrivere del sottilissimo e del privato “niente” dà maggiori soddisfazioni che argomentare di altre e più concrete cose. Per me non cambia poi molto, so perfettamente che questa è solo una pausa breve e che tra poco arriveranno gli sciacalli a banchettare con questo Enzo “così vero ed elegante”. Quasi che l’altro che grida senza timore la propria rabbia sia solo il parente povero, quello che si lascia in cucina per non farci sfigurare con gli altri invitati. Scrivere, già scrivere… una specie di modo connaturato da sempre in me. Bambino e poi, via via, adolescente e giovane inquieto e distratto da troppe cose. Scrivere. Per confrontarsi con se stessi, per piacere o per ripercorrere emozioni passate troppo velocemente. Scrivere per scrivere? No, quello mai.
Scrivere semmai per RICORDARSI DI VIVERE, scrivere nella speranza che l’idea, il senso si fermino anche solo per un attimo e si lascino accarezzare. Ero così felice di scrivere in rete, adesso è rimasta solo un’eco sbiadita e imbruttita di quella leggera felicità. Sui blog si scrive? Apparentemente sì.
Si discute? Ho seri dubbi al proposito, direi piuttosto che più spesso sui blog ci si prepara ad andare in scena sperando di aver fatto una buona opera di proselitismo.

lunedì 22 febbraio 2016

TRE

Scrivere mi affascinava, mi affascina, mi riesce di una facilità sorprendente: devo ringraziare la dolcissima professoressa che era mia madre se non ho mai sconfinato nella piaggeria fine a se stessa. Mi è venuta voglia di sfogliare l’album e di sorridere nascostamente a tutte queste parole messe ordinatamente in fila l’una appresso all’altra. Però non tutte le faccende hanno appigli che consentono almeno una parvenza di comprensione; questo libro è una fuga, ben vestita (credo) e organizzata con la logica di un maturo signore ricco d’esperienza e solitudine; le righe scritte o riscritte sono il riflesso di un concetto esistenziale che non prevede l’età ma la surclassa, ci gioca e pensa scioccamente di averla fatta fessa. E’ in questo luogo che gli anni riesco a tenerli a bada, solo qui posso permettermi di sbagliare e poi disquisirci sopra con charme e in rima. Fuori da qui ci sono solo schiaffi in faccia…qualcuno di essi riesce ad entrare fino all’anticamera di queste pagine. Non mi sono arreso ma questo non elimina la mia sconfitta nell’altra vita, là dove tra i 18, i 38 o i 63 la differenza esiste ed è palese. Cerco di vivere questa e quella, anzi ho provato talvolta a essere poligamo e farle risiedere entrambe vicino al cuore. Non ci sono riuscito, le due signore sono litigiose e incompatibili l’una all’altra, non ho alternative a questa dicotomia.
Però dentro la mia vita “mentale” il concetto di errore è diverso e ha ragione chi dice che spesso amiamo le cose che apparentemente disdegniamo secondo la logica corrente; forse è solo il tentativo di nasconderle o proteggerle dai poliziotti dell’altra vita, quella in cui siamo debitori di qualcosa a qualcuno. Il senso vero e profondo di scrivere e di farlo così è quello di nobilitare quel mondo di emozioni e idee che fuori da una pagina sarebbero accantonate in un angolo a fare tappezzeria mentre le squillo di lusso dell’alta società divorano le notti fra brindisi e scopate da alta moda.
La bellezza vera trascolora se non la nutri d’amore, rinsecchisce e invecchia fino a svanire anche dai ricordi frammentati in questi giorni in cui le sconfitte sono uno standard consueto. E’ qui che un sorriso davanti ad un tazza di latte diventa un brindisi scintillante, qui che una riflessione attenta trova lo spazio della comprensione, qui e soltanto qui, dentro questa via di fuga. Ma anche in questo luogo niente è prevedibile, niente è sicuro. Non ho più prospettive virtuali, non ho la “vostra ” educazione, non possiedo il vostro stile e non pretendo di imporre il mio. Ho solo questo luogo e non riesco ad immaginarne il destino: strano per uno come me che conosce bene la storia e ne ha scritte tante. Prima o poi succederà di nuovo. Anche se sono guardingo come una volpe in un pollaio Anche se vivo ai margini succederà di nuovo. Lascerò ogni tanto un commento, quando capita e dove mi sembra giusto farlo; ma da cosa nasce cosa, qualcuno leggendolo risalirà la corrente e arriverà qui, leggerà e stropicciandosi le mani, s’inventerà un nuovo account per aggirare la moderazione e lascerà il segno del suo passaggio e saremo PUNTO E DACCAPO. Saremo di nuovo nel mondo dei blog: delle signore gelose e dei signori avvelenati e degli anonimi a gogò. Lo ripeto accadrà di nuovo perchè siamo, siete, sono così; mi fate rabbia, non vi capisco ma non serve. Capiterà di nuovo sempre nell’indifferenza più assoluta, quella propria degli dei dell’olimpo da condominio che abitano in gran parte la blogosfera. Io fra di loro.
Anonimi. Sconosciuti. Anche apolidi? Cosa siamo, come siamo veramente… Ogni tanto i miei pensieri mi sfuggono di mano, vengono qui e si scrivono da soli, raccontano di loro e dei loro viaggi, ridono talvolta di me. Ma io sono Enzo, passo e ripasso. Torno e riapro, sembro non aver pace. E’ vero, ho lasciato decine di tracce e di resti sui blog e nei commenti in tutti questi anni. Mai soddisfatto mai a posto, sempre sghembo. Volevo scrivere un profilo personale ma non mi esce niente di meglio di questo: in fondo siamo tutti degli anonimi particolari in questo mondo virtuale. Diciamo di noi ma manca lo sguardo, l’occhiata, il ritmo del passo e il suono della voce. Qui scrivo solo per me, per lasciare un segno alle spalle dei miei giorni: sembra un vezzo ma è una necessità. Scrivo per liberare la vita che mi porto dentro, tutto il resto viene dopo, ma che ci siate voi in sala è una coscienza che possiedo dal primo momento in cui ho battuto sulla tastiera di un computer. Vi sono dei moti dell’animo che non hanno alcun senso comune, alcuna giustificazione e che, tuttavia, si palesano senza ritegno. Quindi ENZO, il resto è solo vento immaginazione e sogno. Non siamo anonimi, siamo persone che si mostrano in modo diseguale perchè siamo “unici”, almeno dovremmo esserlo ma non è sempre così, probabilmente non lo è mai stato: tutti d’accordo in rete, da una parte e dall’altra. quello che non si adatta sparisce dalle pagine. Le discussioni fungono da sfondo: le puoi modificare come un layout e aumentano l’ipnosi collettiva, oltre un certo limite diventano un loop che si ripete all’infinito. Non ci serve. “Le idee chiare e precise sono le più pericolose, perché allora non si osa più cambiarle; ed è un’anticipazione della morte.” André Gide, Pretesti, 1903.
Quindi io posso considerarmi al sicuro: negli ultimi 25 anni ho mutato opinione varie volte e adesso sono giunto su una spiaggia deserta e silenziosa che è lontanissima dai fasti e dai rumori dei lidi percorsi un tempo. Ad un certo punto ho anche pensato di essere prossimo alla morte poichè molte cose me lo indicavano, ma era una bugia. Io sono ancora qui, vivo, e possiedo nonostante tutto un paio di idee precise: una di queste riguarda i blog e i suoi abitanti. Non è benevola nei loro confronti. Di questo viaggio conosco tutti gli aspetti: ogni piccola cosa. Dai preparativi iniziali alla curiosità prima e alla stanchezza dopo, quando sembrerà che proprio tutto sia stato compiuto.
Attraverso i territori della mia esistenza con piglio tranquillo ma so che c’è un luogo che mi metterà in subbuglio, e non è alla fine del viaggio. Oltre un certo confine, dove gli alberi si fanno radi e il silenzio non è più lo stesso, oltre la normale conoscenza con i suoi confortevoli limiti che parlano di senilità, c’è un altro territorio vastissimo e libero. Nei suoi cieli si muovono le cose e le persone che ho amato di più nella mia vita, non chiedono conferme, non temono confronti, non giudicano, esistono per sempre, fuori dalle parole e da questo tempo che divora il tempo. Arrivare lì è l’inizio del vero viaggio. Io vengo dal cartaceo come la gran parte di voi ma il mio legame placentare con esso probabilmente è più forte rispetto a quello di un giovane blogger. La prima volta che scrissi veramente fu dopo la prima esperienza con le donne: scoprii che portare su un foglio l’emozione, quel tipo di emozione, rilassava i miei genitali tesi e soprattutto dava alle mie azioni una prospettiva più vera, pensata e completa. Facevo sesso e, scrivendo, capivo se amavo; ogni ragazza nel momento in cui pensavo a lei dopo era una persona e non solo un oggetto di piacere, l’acqua della vita scorreva impetuosa e “giusta” fra le sponde delle parole scritte.
Scrivere col tempo ho scoperto significa porre la nostra dimensione esistenziale davanti a noi, farci guardare in faccia dalle cose che viviamo, portarle fuori e riprovare a meritarcele con la forza del pensiero. E’ un diventare adulti senza dimenticare il ragazzo libero che vive dentro di noi. Ma è anche un gioco pericoloso perchè esalta la verità intima di ciò che siamo e se la verità è un confronto scomodo, la verità pubblica lo è ancora di più. Questo è il motivo per cui alcune cose scritte come “Muoio ogni volta” ed altre ancora che ne verranno non le ho mai pubblicate: per paura, per sciocca e banale paura, per un conformismo subdolo che è diffuso sui blog come nella vita. Dall’educazione ricevuta in senso familiare e generazionale non si sfugge, una certa misura diventa parte di noi, quella che usiamo come biglietto da visita col mondo di fuori…solo una parte, la più gestibile perchè ci siamo convinti che solo quella può apparire senza che noi ne subiamo danni di ritorno. In realtà l’apparenza è la nostra schiavitù cronica, la fonte delle maggiori sciocchezze e crudeltà che siamo capaci di compiere. Per chi scrive o sa scrivere, credetemi, è solo un argomento come gli altri e nemmeno il più importante. La libertà dello scrivere è trasgressiva in sè, non ti permette compromessi e se la forzi dentro il cilicio di una censura preventiva lei ti punisce facendoti scrivere delle minchiate orribili: guardatevi attorno nei blog, uno scritto “legato” si riconosce subito come un seno rifatto, può anche essere impeccabile ma non entra, è un convenevolo e sparisce subito dopo la visita di cortesia. Certamente ho scritto molte cose sul confine tra misura e verità: sul blog questo è diventato un problema. Non voglio accusare nessuno se non altri che me stesso ma se il mio spazio di scrittura pubblica non diventa la dimora della mia libertà intellettuale, in mancanza di orpelli quali pubblicità e target di lettori da mantenere a qualunque costo, allora il Blog di Enzorasi non ha motivo di esistere. L’obiettivo è quello di testimoniare sinceramente me stesso e lasciare in rete il più a lungo possibile il senso della mia vita e del mio narcisismo intellettuale così com’è. Comunque l’impulso a esporre Enzo nudo e crudo era troppo forte e imperioso, se non gli avessi obbedito avrei dovuto riconoscere di essere uno stronzo in giacca e cravatta, uno dei tanti; preferisco esserlo a modo mio. Ho ancora alcune cose da sistemare prima di chiudere la porta, ho ancora alcune bellissime e segrete zone d’ombra da illuminare per un momento. Non mi interessa altro che scrivere e capire per poi tornare da dove sono venuto, sorridere agli alberi di viale della Libertà davanti ad una tazza di caffè in un bar di via Mazzini e pensare a tutte ma veramente tutte queste vite assieme.
“La mia infelicità vera è iniziata nel momento in cui ho iniziato a mediare ogni moto “di pancia” attraverso la ragione” – cit NICOLETTA RANALDO. La natura vera e profonda, il nostro istinto “privato”, quello che ci fa uno diverso dall’altro, guida comunque la nostra vita. E’ vero quello che afferma Nico, ad un certo punto del nostro cammino, per la prima volta, iniziamo a mediare: ci sostituiamo al pilota automatico che ci ha portato fino a quel giorno. Non ci fidiamo? Vogliamo altro? Abbiamo bisogno di socialità condivise e misurate? Ognuno ha i suoi motivi e quel punto può riproporsi altre volte lungo il cammino. Io credo che, nonostante i nostri sforzi, andare contro natura, inguainare l’istinto e credere di pilotarlo dove e come vogliamo noi sia solo una menzogna. La nostra vita pian piano comincia a stridere, a imballarsi e a singhiozzare…alla fine è uno schifo che non riconosciamo più come nostro. Questa maledetta ragione e, appresso ad essa, l’autoanalisi e le elucubrazioni conseguenti mi hanno personalmente ridotto ad un fantasma senza colore, un essere che grida a bocca aperta e annega rifiutandosi di nuotare. Da un certo punto in poi non c’è ritorno, almeno non c’è alternativa esistenziale: devi accontentarti, se ce la fai, di scappatoie filosofiche, ectoplasmi del tuo pensiero in forma di deja-vu che fanno più male del presente. Io ho trascorso la mia vita litigando continuamente col mio pilota automatico. Ho anche preso una licenza di volo e l’ho sbandierata come viatico per una rotta sicura e felice mentre il pilota automatico si faceva beffe di me… adesso mi guarda con un ghigno a braccia conserte. L’aereo vola in apparente calma, niente e nessuno sembra poter interferire sul viaggio, ma se guardo fuori dai finestrini di questo Blog il paesaggio è quello di rovine a perdita d’occhio. Anche volendo riaffidare il comando alla parte più libera e selvaggia di me potrei al massimo trovare una piccola radura tra i sassi, atterrarci, accendere un fuoco e guardarmi attorno per scoprire da dove arriverà la fine.

QUATTRO

Qui o altrove trascino sempre la mia insoddisfazione: non amo la rabbia ma faccio rabbia. Talvolta mi stanco ma non mi sono mai arreso, nemmeno alla sorpresa di ciò che provoco. Ho attraversato molti mari, reali o presunti: bagni indimenticabili e traversate tempestose; non l’ho deciso io, ho solo fatto da testimone ad epiloghi straordinari, cocci di esplosioni più o meno previste, qualche residuo è rimasto a galleggiare qua e là. Se ci penso vorrei un giorno o l’altro passare a raccoglierli tutti e dare loro il riposo o la vita che meritano. A furia di scoparmi l’esistenza mi sono immamorato di lei, innamorato sì, senza speranze e senza illusioni. Scrivere mi fa rabbia, pensare pure, amare è inutile, curvarsi sulle linee di una donna essenziale, farsi alitare sulla bocca il suo cervello esaltante…mi sono dovuto legare alla barca per non farmi uccidere dalle sirene anche se, in fondo, potrebbe essere la morte migliore. Questo non è un libro chiuso, la pagina che stai leggendo è aperta, non si chiude mai nulla se resta l’eco dei tuoi orgasmi: c’è solo un tempo diverso e, talvolta, una spinta leggera come una carezza a farti scrivere di nuovo.

Ho dato vita ad un’esigenza silenziosa. 
Non riesco a dargli un nome 
ha già un suono 
e mille appigli scomodi
ma non ha un nome. 
Chi ha pensato di arrivarci 
attraverso 
il rumore di strilli inguinali o il caos 
di abbracci posticci 
mi cerca ancora. 
Ma non riesco a dargli un nome. 
Il luogo rarefatto in me 
silenzioso per consuetudine 
e acceso per indomito 
bisogno 
si è fatto strada. 
Così, qui, ora. 
Grida a labbra chiuse 
anche se io non ascoltassi 
come un ragazzo 
che ha ancora tutto da sbagliare 

Tu sai perfettamente come compiacere un uomo ed io come fare lo stesso con una donna: che l’omologazione sia ancestrale o meno non ci tocca poiché sappiamo denudarci benissimo ugualmente. E mentiamo spudoratamente mentre lo facciamo. Voglio dirti una cosa: ci fu un tempo lunghissimo in cui mi piaceva molto essere amabile, sapevo ritrovarmi in un attimo ed ero estremamente determinato nel mio progetto seduttivo. Ah, quanto duravano le mie stagioni, le estati infinite a divorare il sole e la luce e quanta crudeltà c’era nello scivolare tra le pieghe della carne e sentirsi in armonia sempre, senza mai un ripensamento che non fosse una nuova strategia, un’onda nuova che mi portava in cresta a mostrarmi il tuo corpo nudo e acceso.
Un giorno ti dirò come e quando mi accorsi del progetto infondato e dell’altra verità, più profonda, di quando mi accorsi che la condivisione non appartiene all’amore e quanto esso sia intimamente, visceralmente nostro. Indivisibile da noi stessi, solitario. Fu uno squarcio nell’orizzonte del mio equilibrio sentimentale e tutto il resto che ne discese fu una rivelazione dolorosa, perché analizzare prima e racchiudere poi in una consapevolezza totale chi sei e come sei non ti aiuta. L’ignoranza vera o presunta aiuta a vivere e a morire con sublime leggerezza. Non altro. Col tempo navigai sempre più lontano dalla costa fino a distinguere con sorpresa che c’era una sola cosa ad attrarmi del sesso: l’ossessione del desiderio. Ho imparato quindi a cercare e a trattenere il desiderio, a riconoscerlo quando l’ho addosso. Ma dura così poco: mi abbandona facilmente e mi lascia vuoto ad osservare gli altri agitarsi per comunicarmi il loro struggimento. Ma io non li sento, sono gusci vuoti, sprecano il loro tempo e non riescono a parlarmi. Cosa pensi sia la solitudine? E’ questa attesa fra uno sprazzo e l’altro, fra un’errore e l’altro. Non è vero che sia il solo, l’unico sistema di confrontarsi col desiderio sessuale, ci sono persone che scelgono più o meno deliberatamente di amare sempre sé stessi in molte donne o uomini, di consumare compulsivamente il rapporto fisico , di mettere l’ennesima tacca sulla canna del fucile. Io attendo che il desiderio mi appartenga altrimenti è inutile, non voglio partecipare all’amore come ad un evento mirabolante in cui compari per dovere d’esistere. Scelgo con un’attenzione estrema e sottile perché lo so bene che chi seduce in fondo perde spazio e diventa prigioniero di sé stesso… e nonostante tutto mi annoio. Ho imparato da ragazzo a percepire l’artefatto, la malizia ed ho conosciuto un sentimento mondato da questi orpelli solo due volte nella mia vita. Me li tengo stretti al corpo quegli odori e quei momenti quando la seduzione si svolgeva in un canto libero e senza necessità di presentarsi in un modo piuttosto che in un altro. Non mi è restato altro, non vedo altro. Non avrò altro.
Quando esci dal portone sei una lama di colore rosso: ti guardo con la consapevolezza della prima volta; vorrei rallentare i tuoi movimenti però mi sei già davanti e io vorrei allontanarti un po’ da me per guardarti meglio a figura intera. Tu mi aliti un ciao a 2 millimetri dalle labbra…ti prendo le braccia e porto il tuo seno a un attimo dal perdersi contro il mio. Andiamo via da qui, lontano dai due gusci vuoti che siamo l’uno senza l’altro. Perché ridi ? Oggi parleremo in modo assolutamente consono a ciò che siamo. Hai paura ? No, ridi, sei un’onda di piacere puro, non c’è nessun’altra sensazione che possa inficiare il senso di questo giorno. Luce a picco fra le palme ad anfiteatro, luce ovunque e mare: una danza di azzurri e le tue gambe a dettare il ritmo delle onde. Ti ho mai detto che hai le caviglie più musicali che abbia mai visto ? Ti volti di scatto e mi butti in faccia i tuoi occhi.
-Basta, Enzo, guardami bene, sono una vecchia signora – mi prendi la mano – tocca il mio seno, guarda da vicino la mia pelle, sfiorami i capelli. Sono una donna anziana e tu un vecchio e impenitente libertino – 
Io non bado alle lacrime che ora puliscono i tuoi occhi, mi avvicino fino a bruciare la mia anima dentro le mille pagliuzze delle tue iridi e ti bacio facendo sbattere i denti contro i tuoi. E abbiamo di nuovo 16 anni e dell’amore non sappiamo nulla e il sesso è l’unica cosa che vogliamo, l’unica che riusciamo a capire. Siamo tornati le rolling stones pericolose dell’altro ieri e mi metto a singhiozzare senza freni, senza tempo, senza pietà…voglio le altre tue labbra e disintegrarmi dentro il tuo utero. Che la notte rovini su questo giorno luminoso e aperto. Ci siamo amati di più lungo questo periplo marino che in mille giorni di coiti sfrenati, ci siamo sfiorati le vite per gridare che non potrà mai più esserci una prossima volta. E anche questa è una menzogna: la volta è una sola, apparecchiamo il desco a questo miracolo, parlami delle tue poesie e delle tue paure, delle nostre canzoni e di quel giorno sotto la pioggia quando ti dissi – I tuoi capelli sono almeno la metà dei motivi per cui ti amo-
Piove sempre ma è bellissimo quando butti indietro la testa e ti lasci baciare il collo senza pudore. Tra un po’ uscirà il sole su questa antica città e ci fulminerà qui, davanti alla fonte Aretusa come due amanti pietrificati dallo sguardo di una Medusa invidiosa. Siamo osservati da decine di persone, giro turistico con spettacolo fuori programma: assistere ad una fiction vera… Andiamo via amore mio, andiamo a indossare nuovamente i gusci lasciati al parcheggio sotto casa. Non siamo noi è il mondo che si agita per la nostra assenza, adesso abbiamo riempito il vuoto ma lui ci aspetta negli altri amori, quelli riusciti male, non amati, sciupati. Non siamo noi, troppo leggeri e perfetti per far vela al vento che sale dal mare. Non siamo noi, la nostra ombra si aggira ancora qua mentre andiamo via.
E’ una tersa mattina di fine estate che si è fatta attendere a lungo, capricciosa e vanesia, come una star ad un ricevimento in suo onore prima di comparire davanti ai suoi ammiratori. Però ora ogni cosa è al suo posto, perfetta. Non attendo te occhi azzurri, attendo il passato. Quel passato che mi appartiene più d’ogni altra cosa perché possiede ancora una carica vitale profonda, un desiderio non sedato.
Il sole, tiepido quanto basta, mi scalda il viso: ho voglia di caffè e placida tenerezza. E’ bellissimo muoversi mollemente con gesti risaputi e familiari: una solare intimità dei luoghi che si riflette dentro il mio spirito. Galleggio con naturalezza… per il principio d’Archimede evidentemente possiedo un peso specifico inferiore ai pensieri nei quali sono immerso. Lo stare bene assoluto. Quanta della mia passione cammina ancora da queste parti? Ho proiettato me stesso sul selciato del Passeggio Adorno e l’immagine è arrivata sino alle acque del Porto Grande, i miei occhi sono ancora fissati su un mattino di molti anni fa, quando tutto era ancora di là da venire…così una parte di me si è irrimediabilmente persa da queste parti. Giro intorno lo sguardo verso il Plemmirio punteggiato di case per ricordarne una, situata un po’ più in là, sul deserto di pietre aspre del Capo con il faro. La casa c’è ancora, occhi azzurri, ma non ci appartiene più perché, violentata dagli anni, non sente le nostre voci né quelle degli amici di allora. Adesso solo il vento salmastro del mare l’accarezza, col sentimento un po’ esclusivo di chi non ammette altre condivisioni affettive se non quelle del mirto e degli olivastri selvatici. E già lo sappiamo entrambi che non c’è bontà nell’amore, che non c’è pace, oppure siamo noi che non abbiamo trovato altre vie alternative ad un principio assoluto e beffardo che ci insulta ogni giorno.
Da questa ringhiera placida e sonnolenta il mare e il vento mi fanno da anfitrioni, pronti a sorreggermi con garbo in una giornata difficile dentro la quale mi son voluto adagiare con voluttà e senza speranze. Ho lasciato l’auto e scendo lentamente verso la marina, c’è solo il rumore dei miei passi e il tenue sciabordio dell’onda breve che la brezza leggera spinge su questo baluardo della Fonte Aretusa.
Tornare qui in assenza di te, nell’amnesia di ogni pensiero precedente a questo…eppure vederti ad ogni passo, sei un tutt’uno con questi palazzi che si specchiano luminosi sull’acqua immobile della rada. Ti somigliano allo stesso modo queste strade con i piccoli portoni segreti, aperti su antichi silenzi e la passeggiata dignitosa con gli alberi curati che guarda l’altra riva un po’ confusa nella caligine estiva. – Enzo, per favore non baciarmi…
Non lo farò ma lasciati guardare. E’ accaduto qui e io non ho alternative: preferisco elidere tutto ciò che è incongruo, stonato e difforme dall’immagine che conservo nella testa. Così, lentamente la fonte rivive, si riappropria dei suoi colori e dei suoi rumori: non più anatre starnazzanti, solo il fruscio dell’acqua dolce che scivola piano nel mare. Nessuna parete, nessuna ringhiera a far da confine. Solo il senso di un tempo immemore, sospeso come il miracolo della vita, dell’acqua, della frescura. Io sono abbastanza sciocco da credere ai miraggi, da perdere la mia identità in questo gioco astruso; sto qui ad aspettarti per un ultimo appuntamento a cui tu non verrai. Dovevo esserci perché, nonostante tutto, m’illudo che per certe cose non possa esserci una fine. E’ in questo modo che i luoghi e gli oggetti costruiti dall’uomo ti legano il cuore: assorbendo le tue emozioni e le parole pronunciate in loro presenza. Cammini lungo una strada, svolti un angolo, ti siedi su una panchina, guardi l’ingresso di un giardino pubblico…ogni luogo ti ricorda qualcosa o qualcuno, anzi diventa quella cosa o quella persona.
– Mi piace parlare con te. Mi è sempre piaciuto
-  E’ lo stesso per me , ma se io ti chiedessi ora , qui, se c’è mai stato un momento in cui mi hai amato ? Sii sincera, per favore- Un breve silenzio,come se ti raccogliessi in te stessa. -Sì certo, in molte cose ti ho amato. Posso dire di averti amato. Ma io non voglio stare con te, non posso stare con te, rovineremmo tutto –
Dieci anni fa inghiottii il rospo: che fosse tanto indigesto lo capii solo all’atto della deglutizione, ma lo inghiottii lo stesso. Mentre ti allontanavi pensai che era un atto , un momento della nostra vita, che avremmo avuto altre occasioni. Eri assolutamente bella, assolutamente lontana, assolutamente sola; totalmente tua. Il demone era ancora vivo. Allontanandoti lui cresceva a dismisura, si dispiegava in tutta la sua infernale grazia e il tempo trascorso è, banalmente, il mio esercizio di riparazione, una lucida considerazione affinché io capisca di essere stato sempre una strada parallela alla tua, vicina a sufficienza da poterci guardare dentro ma non da camminarci assieme. Oggi il sole è chiaro, un’armonia perfetta che monda il paesaggio da ogni imperfezione e io sono un uomo fortunato, non allegro né soddisfatto, ma cosciente della sua vita questo sì. Non è poco. L’unico rimprovero che mi faccio è che dovrei stare più attento quando dico o penso certe cose: i mai, i per sempre non sono materiale da maneggiare con disinvoltura alla mia età. Si tratta di frutti proibiti. Per me sono stati l’anticamera dell’impotenza, monoliti eretti nelle praterie della mia vita. Per quanto mi sia allontanato, nonostante l’infinità di stagioni trascorse, infine mi ritrovo sempre di fronte ad essi: o sono la verità assoluta o il vicolo cieco in cui mi sono cacciato da ragazzo, e il demone ride.
Non ti bacerò più occhi azzurri, il pericolo è scongiurato; ascolteremo la musica a basso volume come piaceva a te vent’anni fa. Ti racconterò per l’ultima volta sottovoce la storia comune di quelli che, impauriti da certi sentimenti, li precludono al proprio spirito e, a forza di camminare ogni giorno nella polvere delle piccole miserie, dei sorrisi ipocriti e delle carezze interessate, hanno visto sparire dai loro orizzonti la gioia di un’emozione vera. Fammi dire, non parlo di te, non obbligatoriamente, non solo di te: ho lasciato sparsi in giro per l’Italia e la Sicilia molti brandelli di me: qui come a Palermo o Milano o Trapani, essi hanno fatto il nido e sono prosperati. Adesso mi stanno davanti per un ultimo commiato. La lealtà non esiste. E’un surrogato delle menzogne che ci raccontiamo ogni giorno e te lo dico a capo chino. Poi alzo gli occhi e li fisso nei tuoi. Sei sincera, assolutamente sincera: il fatto è che siamo arrivati in ritardo anche per lasciarci. – E’ vero, sai essere leale e ti odio. Adesso avrò bisogno di un po’ di tempo, devo trovare un equilibrio nuovo. Dovrei dirti questo ed invece ti bacio e nulla si può dire di più perché non è una storia d’amore. E’ una storia e basta. Di tempo n’è trascorso a sufficienza. Io non sono guarito perché non sono mai stato malato; l’ho capito qualche secondo fa guardando il mare. Stronzi come me si nasce e ci si rafforza crescendo, è una modulazione diversa dell’anima, un’indole elastica che, piegata ad altri fini, torna naturalmente su se stessa.
Non me ne sono accorto: un piccolo drappello di turisti è arrivato da queste parti. La fonte è di nuovo un fenomeno da baraccone, troppe fotocamere, troppi gelati, troppi calzoni corti e sandali di cuoio. Nemmeno qui c’è più spazio per me, la misantropia mi spinge a cercare un altro rifugio. In fondo basta svoltare al primo angolo nella prima stradina per ritrovarsi solo. – Spesso mi sento sola, sai. Con nessuno mi riesce di parlare come faccio con te, se ti parlo si sciolgono i nodi, quasi tutti- E sorridi mentre le tue parole m’inseguono ovunque: in un modo o nell’altro sei venuta all’appuntamento.
– Quando ero bambina non uccidevo nemmeno le formiche… Ormai è tardi per pensare ad un figlio
– Se avessimo messo al mondo una creatura, sarebbe stata femmina. Una bellissima bambina…una bambina… 
Sono sbucato da un’altra parte, in vista del Castello Maniace, qui di turisti neanche l’ombra. Poggio le spalle contro un muro e giro lo sguardo intorno lungo tutta la marina piena di sole: non sto male anzi mi ha preso una sottile e dolcissima euforia. Nella memoria si è acceso un altro lungomare, opposto e uguale a questo, un’altra acqua fatta di sale e di mulini a vento. Là c’è un paese bianco sotto il monte che guarda lontano le Egadi: un’illusione d’azzurro. Là vagabonda ancora, stordita, la mia fiducia nella vita e nell’amore. Mi fa una tenerezza infinita, ha i capelli bianchi come i miei ed è ancora molto bella. Sono prigioniero di me stesso, mentre l’accarezzo con gli occhi, lei continua nel suo incedere lento e leggero, io la guardo mentre si allontana sempre più…potrei perderla per sempre o per sempre rimpiangere di non averla fermata, di non averle detto che non mi è costata fatica rincorrerla fino a dimenticarmi di me. – Aspetta! E’ questo il luogo e il momento, non ce ne saranno mai altri, fermati! Lei si volta… e non c’è più nulla fra la mia idea e il sogno, nemmeno questi veli che stanno scivolando sui suoi fianchi. Sei tu! Proprio tu! E’ questo dunque ciò che si prova davanti ad un fantasma: non è uno stare bene o male, è una marea di sensazioni e di parole quella che mi travolge. Anni d’idee e di sogni trattenuti a stento stanno qui, sul ciglio di questa baia, in bilico tra la sorpresa e il rammarico di non saper fermare per sempre tutto questo. Immobile non so che fare. E’ la stessa sensazione di trent’anni fa ed io non credevo che potesse raggiungermi ancora, eppure è accaduto. Perché sei venuta? Perché ora? Vuoi stabilire, in modo definitivo, una priorità, un possesso che t’appartiene?
Te lo domandai chiaramente, ed era inverno – Ma tu mi ami?- – Non lo so… Eri pallida, quasi rassegnata e mi guardasti andar via.
Guarda ora, principessa, che magnifico palcoscenico c’è toccato stamattina. Io non ho più alcuna malinconia da raccontarti, nessun bacio da chiederti che tu non mi abbia già dato. Credevo d’esser arrivato fin qui per un commiato finale all’altra metà del mondo, mi ero già scritto il discorso senza considerare la disponibilità dell’uditorio. Ma adesso che siete ferme, intorno a me, e mi osservate attente, donne, bambine, ragazze di un tempo, madri di oggi, fidanzate e amanti, appassionate o disilluse, abbandonate o perse, non mi lascerò sfuggire l’occasione. Ho molte cose da dirvi…non riuscirò a dirvene compiutamente nessuna! Spero che, per intuito, capirete ugualmente, se così non fosse non ditemelo, vi prego, lasciatemi l’illusione che ci siamo compresi. Mi aiuterete ad andare lontano. Il sole è salito quasi allo zenit e questa terra è trasfigurata dal caldo. Ho le mani pulite finalmente e completamente vuote, come le strade d’Ortigia a quest’ora. Forse oggi che l’armonia ci possiede potreste seguirmi, almeno una volta, sul filo della vita che ci corre incontro.
– Non baciarmi-
– Ti amo
- Non voglio, non posso, stare con te
– Lasciami in pace!
-In qualche modo ti ho amato, sì ti ho amato.
– Non lo so
– Buonanotte mio sogno proibito
– Mi piace parlare con te, mi è sempre piaciuto
Guardate, le parole trascolorano: è rimasto il vostro sorriso, una pausa breve prima dell’ultimo salto. Ora tocca a voi: conquistate almeno una volta la mia solitudine. La luna liquida e le stelle fitte nel nero della notte ansiosa sono storie passate, parole vuote, di plastica, ma il silenzio del cuore nei giorni in cui il riso c’era compagno spietato e beffardo è un racconto molto vicino. Vi prenderò, un giorno, in una prossima vita, in una città diversa, dietro un altro angolo; nella danza che avete lungamente negato sarete travolte anche voi. Non potrò riderne e non vi darò il veleno acuto che ha gonfiato i miei giorni. L’orologio sta girando in fretta, troppo in fretta, non è più il momento di stupide ripicche. Le ombre si stanno allungando, io con esse e finalmente non è più tempo di demoni, né di angeli. Fra poco sarà la fine del giorno e io voglio che la sera mi trovi ancora una volta, come sempre: aggrappato al cielo.

CINQUE

La Sicilia in innumerevoli libri, come sfondo o palcoscenico di film o opere televisive: ovunque e in mille modi l’isola dove sono nato si presenta in scena. Ed esce spesso bastonata. E’ la sensazione fastidiosa della mancanza nonostante tutto, dell’assenza soprattutto di una misura seria che gestisca l’arbitrio percettivo che si ha di quest’isola. Anche del mio s’intende. Se arrivate in fondo al tacco di questa nazione e guardate i tre chilometri d’azzurro che fanno da confine fra il Sud e il sud del sud dovreste sentire l’aria inconfondibile della frontiera: alcuni di voi sanno per aver letto o studiato, altri non hanno alcun interesse di sapere. Informarsi e riflettere fuori dai pregiudizi è terribilmente scomodo, meglio imbarcarsi con le certezze già acquisite, quelle di cui fanno parte le date sui biglietti di ritorno. Basta leggere con onesta attenzione quello che della Sicilia è stato scritto, dipinto, suonato…filmato, basta ascoltare per qualche minuto una discussione qualsiasi su di essa per capire che si parla e si ragiona su un falso evidente: una Sicilia unica. Riconoscibile e trasmettibile secondo stereotipi universali e scontati, per questo inossidabili; non è così. Chi in un modo o nell’altro ha attraversato quest’isola, qualunque sia il suo grado di cultura e gli inevitabili preconcetti che condiscono la sua vita, sa bene che la mia terra ha decine di facce. E’ una metafora lucida, perfettamente pirandelliana: cento, mille sicilie, quindi nessuna realmente adeguata ad un riconoscimento significativo. Dentro ogni sfaccettatura si viene risucchiati verso una logica elementare, quella che recita uno storico deprofundis sociale e economico, l’unico apparentemente percepibile. Io l’ho vissuta sulla mia pelle questa impossibile oggettività che per vie traverse si coagula in un insieme di verità inconfutabili. Conosco quel tipo di smarrimento appena ci si avventura oltre i confini del già detto, so cosa significhi essere soli intellettualmente davanti al consesso di evidenti mancanze ingigantite e pasciute da analisi scontate.
E’ anche vero che chiunque viaggi, anche se inconsciamente, vive del pregiudizio e del comodo luogo comune che ci fa vedere e visitare proprio quello che avevamo in testa prima di partire; è difficile partire nudi e tornare vestiti e , in fondo, non è questo quello che voglio. Anzi desidero il contrario perché la Sicilia è veramente un luogo dell’anima e non puoi giudicarla se non ne conosci la storia e la cultura che la permea da cima a fondo in modo totale. Sono nato qui e cammino qui, vedo ogni giorno facce diverse del mio osservare, di una diversità poco gestibile e scomoda. “Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato, cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. […] Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre la Sicilia, di un eccesso di identità, né so se sia un bene o un male. […] ” GESUALDO BUFALINO in L’isola plurale. La stessa qualità e quantità di contrasti e opposti che sono gran parte del fascino dell’isola e anche la sua “insopportabilità”; lo stesso misterioso incantamento che fin da bambino mi riempiva gli occhi di stupore quando vedevo apparire il tempio di Segesta nella campagna severa dell’interno o il panorama immenso e aperto sul mare e le Egadi da Erice.
Anche adesso mentre ne scrivo capisco di non poter essere obiettivo: il mito, l’apparizione e non l’essenza sono contesti che non possono produrre altro che ambiguità e incertezze. La Sicilia è un continente sia in senso stretto che in quello lato, potrei dire che possiede in massimo grado una bellezza paradossale, eccessiva e discontinua: quella propria di ogni frontiera, scomoda e sfuggente al dettato razionale dell’Europa che volendosene liberare cade ogni volta in un turbine di sensi ipnotico appena si lascia da essa sedurrre. Della Sicilia non ci si libera facilmente, anche se si tratta di un fascino pericoloso e incoerente: vorrei chiedervi però se avete mai amato facilmente l’assoluto, se vi siete mai confrontati con la serietà millenaria di uno sguardo di pietra o di una curva marina che si perde all’orizzonte. La posizione di arrogante centralità, conficcata in mezzo ad un mare antico e stratificato di genti e culture ha segnato il destino dell’isola, oggi come ieri. I migranti dall’Africa che approdano sulle coste di Lampedusa, gli uomini del Nord i cui sovrani riposano nella cattedrale di Palermo, i greci col nostro stesso sangue da sempre ospiti delle sue coste, e poi i turchi pirati e l’islam che ancora canta fra le sue strade e nelle sue architetture, e l’Europa nobile e colta con la sua letteratura percorsa dall’humus siciliano oltre ogni ammissibile limite…i liberatori di sempre, infine, più o meno smentiti dagli esiti delle loro migliori intenzioni. E’ lì l’origine della qualità speciale della narrativa e della letteratura siciliana: dentro il deficit e l’insicurezza, dentro il disagio di chi vive ogni ora sulla frontiera di un possibile e definitivo collasso. Lo scrivere è la nostra redenzione, l’unica possibile e, come tale, portata ai massimi livelli; Federico de Roberto, Sciascia, Verga, Lampedusa, Pirandello, Piccolo, Brancati, Bufalino…Camilleri e ne lascio fuori un numero troppo elevato, sono il messaggio lanciato nello spazio sociale e umano di un’altra realtà che ci è ostile, incredula e vigliacca, che non vuol credere ad un’esistenza ai limiti della decenza, che irride il sogno perfetto di chi supera perché ha compreso per caso o sa troppo per studio. Non mi pongo il problema di chi voglia credermi oppure no, la storia scuote da millenni coi suoi marosi la Sicilia e noi senza un perché decifrabile siamo ancora qui in eterna attesa di una nuova legge, un nuovo segno che spiegherà alfine questo lungo e fantastico sonno della ragione. Nostro che di molti altri non c’è materiale.
Leggere e, in parte scrivere, è ancora l’unico modo per sfuggire alla fine: Me lo ripeto da un po’, a volte ci credo anche ma so benissimo che si tratta di una magnifica illusione.  
“Ora il mio’libro io l’avevo, o pensavo di averlo, in Conversazione. Io non ho mai aspirato ai libri; aspiro al libro; scrivo perché credo in una verità da dire; e se torno a scrivere non è perché non mi accorga di altre verità che si possono aggiungere, e dire in più, dire inoltre, ma perché qualcosa che continua a mutare nella verità mi sembra esigere che non si smetta mai di ricominciare a dirla “. Questo era la presentazione, dell’autore stesso, di uno straordinario libro, Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. Ho già detto che vorrei usare il blog immaginando un’Italia diversa, che sa riconoscere il valore etico ed artistico di una regione e non si ferma alla banale accquisizione di un solo aspetto del problema. Certo nel libro di Vittorini la “conversazione” si fa lirismo assoluto e crudele: forse una sorta di liberazione e di volo sopra le sconfitte sociali e storiche di un paese in ginocchio ( era il 1938-39 ). Io dico Vittorini ma è solo un cenno, ovviamente, non un accostamento a quel che scrivo io, ma vedo quella terra e la sento, percepisco il ritorno alla terra d’origine, sentita come necessità mitica. Vivo nella stessa situazione emozionale: trasfiguro il passato in presente e viceversa, attraverso la coscienza universale del dolore per il mondo offeso e resto inchiodato all’urgenza di gridare, tra fichidindia e montagne sperdute, la mia “piccola Sicilia ammonticchiata di nespoli e tegole”. Certo c’è sofferenza ed è meglio non parlarne troppo per non svilirla, ma essa attraversa la nostra mente… con la fame, le vecchie e nuove malattie. Soffre la madre Concetta, soffre il Gran Lombardo, portavoce di “nuovi alti doveri” che spettano agli uomini, soffre l’arrotino Calogero. E’ il dolore perenne del mondo che anima le pagine attraverso la suggestione di una parola che si fa poesia.
E lì dentro al gran silenzio che resta vive solo la poesia e la cultura, uniche ali per redimersi.Con esse si può volare, leggeri e bellissimi e si può planare come uccelli marini nella terra dei papiri che avvampano al sole del tramonto. I due fiumi sono come i bracci di un diapason, lontani per miglia e miglia, vicinissimi alla fine: L’Anapo e il Ciane sfociano a pochi metri l’uno dall’altro, corrono incontro alla loro fine nel mare di Siracusa come due amanti uniti dallo stesso destino. Le acque verdi della sorgente del Ciane sono appena increspate da una leggera brezza che culla le canne recando trilli malinconici e sottili. E’ facile rievocare la storia antica e terribile di Proserpina strappata da un’orda di demoni alle sue compagne di giochi. Il mito alza il tenore di un fatto geografico, stravolge e lancia nello spazio dell’immaginazione la mediocre normalità del quotidiano. Il mito racconta della ninfa Ciane che pianse per giorni e giorni l’amica perduta finchè gli dei compassionevoli non la mutarono in una splendida fonte, verdeazzurra come il suo nome… Mi accendo una sigaretta, tiro una boccata ed espiro lentamente: il fumo è come il mio pensiero, mi esce dalla testa chiaro e limpido che pare che neanche mi appartenga e vola via lento come un uccello. Mio nonno mille anni fa mi raccontava che nella vita, se uno vuole essere uomo, si deve fare uccello: mangiare poco, non stare fermo mai, passare il mare, vedere posti ma senza farsi incastrare mai e senza farsi accecare mai, da una femmina, da un padrone, da una casa. Nonno non ti ho dato ascolto, non pienamente ma una parte di me è rimasta uccello e stasera si è posata qui alle fonti del Ciane, un passo prima del mare. Devo confessarlo, non sono diventato un caminante, uno di quei fortunati che sono veri cittadini del mondo, non portano pesi e possono volare liberi ovunque; ma questo luogo col suo leggero ronzio di acqua che scorre è senza dubbio il posto del canto e del volo, dove l’acqua entra nella terra e si fa casa per gli uccelli, dove il mare e il cielo sono una cosa sola. Sognare qui costa pochissimo, lo Jonio a due passi mi raccoglierà …e poi annegare o volare non importerà molto, i palazzi della marina di Siracusa dall’altra parte del Plemmirio cominciano a diventare d’oro e d’argento mentre il sole scende nel mare.

Una linea dopo l’altra 
anche stasera 
le rondini spezzano 
il chiaro specchio 
del cielo. 
Sullo stesso punto non tornano 
mai fiere di libertà 
in un volo risolvono 
la loro esistenza.

SEI

Parto da una constazione precisa: io non sapevo di essere meridionale fino ad un certo giorno della mia esistenza.
Mi rendo conto che il mio personale cammino è sui generis, che il mio essere emigrante e figlio di emigranti non era esattamente la stessa cosa di un ragazzo povero, figlio di quasi analfabeti che giungeva a Milano o Torino per poter sopravvivere. Io ero figlio della borghesia illuminata del Sud, leggevo moltissimo perché i miei erano colti e laureati, parlavo un italiano perfetto senza quasi inflessioni dialettali ed ero chiaro, pieno di lentiggini con gli occhi cerulei. Sinceramente non avevo mai attribuito alcun particolare valore, in positivo o in negativo, al fatto di essere nato più a sud o più a nord di qualcun altro. A casa mi avevano insegnato a ritenermi fortunato di essere nato italiano; per conto mio ci aggiungevo il fatto di essere nato a mare, di vederlo spesso e quindi di essere doppiamente favorito. Ma ero ugualmente un terrone. Non lo sapevo con chiarezza ma in quei primi mesi del 1959, mentre mio padre cercava casa a Milano, li vidi quei cartelli, quelli dove stava scritto – non si affitta ai meridionali – e vedendoli mi sembrò un fatto strano, comunque non rivolto a me, alla mia famiglia. Solo mia madre disse qualcosa, era ferita ( ma questo lo capii dopo) aveva perso in quel periodo la naturale allegria che la rendeva così unica. Il problema casa si risolse allora dopo circa un mese grazie all’intervento di santa madre chiesa: mio padre stanco di girare si era rivolto al parroco del quartiere, gli aveva mostrato le sue “credenziali” e finalmente qualcuno dei padani si era risolto ad affittarci un trivani con bagno.
Ma io non ero un terrone, ero Enzo ed ero curioso, non avevo l’aria smarrita degli ultimi quando incontrano i primi o i presunti tali, ero solo un ragazzino che aveva il voto in italiano più alto della classe e non capiva la stizza di certi altri ragazzini. Nicholas Humprey nel libro “Una storia della mente” scrive una grande e terribile verità: ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa; ma questo vale adesso, a tredici anni vale molto di più la voglia di stare assieme e scoprire il mondo. Vivevo dentro un pregiudizio, dentro una condanna pronunciata senza nessun processo; la mia facilità e naturalezza nel pormi, la mia cultura, i miei familiari, ciò che dicevo e scrivevo mi affossavano sempre più perché mi rendevano diverso dal branco in cui dovevo vivere. Io ero un terrone, più pericoloso di altri perché senza nessun atteggiamento di inferiorità; vivevo da italiano ma restavo un meridionale. Devo sinceramente confessare che in quegli anni di liceo non degnai mai di uno sguardo la “questione meridionale” lasciandola a marcire sui libri di saggistica o nella bocca del politico di turno. Oggi ho una consapevolezza diversa; gli anni passati a gironzolare per la penisola a gustare sapori diversi ed accenti diversi mi hanno dato infine il senso di una realtà in cui essere meridionale è uno stato differente dall’essere cittadino italiano, è qualcosa che ti lega alla subalternità rispetto ad altri, è un modo di sentire che non puoi camuffare e con il quale ti costringono a fare i conti. Io sono diventato terrone una mattina del 1967 in un’aula di liceo a Milano. L’occasione fu una ricerca sulla letteratura italiana del novecento e la mia scelta che, guarda caso, cadde su Pirandello. Mi sembrò allora, in quel contesto fortemente permeato di ideologia e certezze assolute su chi fossero i buoni e i cattivi, che uno studio e una discussione sulla relatività della vita e sulla schizofrenia tra essere e apparire potesse servire a far giungere aria nuova in classe. Con l’aria nuova giunse però anche il puzzo dell’ignoranza e del pregiudizio: fu per questo che ad un certo punto della discussione un mio compagno di classe non riuscendo a controbattere e non avendo più argomenti mi colpì con stizza con uno schiaffo violento. Fu lì, quel giorno che io compresi di essere terrone, le parole e i concetti sulla “questione meridionale” acquistarono chiaramente il significato dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità e lo schiaffo il palese tentativo di mantenere un sistema di potere privilegiato. Troppo chiaro? Troppo lucido? Esagerato? Forse, ma da allora, in progressione continua fino ad oggi, mi accorsi che diventavo meridionale, perché stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi. Così diventato terrone lo sono rimasto e adesso non è più possibile mutare le cose. ‘ Sa bbinidica.
L’anno dopo nel 1968, avevo 16 anni ed ero figlio di emigranti colti del sud, leggevo almeno 5 volte di più dei miei coetanei milanesi e, soprattutto, leggevo in modo diverso. La mia biblioteca era piena di classici italiani, francesi, inglesi, era anche zeppa delle edizioni tradotte di ciò che arrivava da oltre oceano. Nel 1968 io sognavo e vibravo ad occhi aperti e litigavo con un padre autoritario, onestissimo e fascista. Quando 8 anni fa aprii un blog guardavo il fardello dei miei 60 anni trascorsi tra l’infanzia nell’isola, il 68 adolescenziale e durissimo a Milano e la maturità fra le braccia e il cuore del sud; accidenti, mi dicevo senza modestia, è un tesoro inestinguibile. E cominciai a scrivere.
Io all’inizio non mi sono posto tanti problemi: uscire dal cammino solitario che mi è stato sempre caro e raccontare anche agli altri lo spirito che mi muoveva, questo fu all’inizio l’impulso vero e profondo. Credo che si capisse facilmente che mi muoveva una componente di liberatorio narcisismo unita ad una più che concreta coscienza(?!) certezza(?!), speranza(?!) d’aver qualcosa da dire. Ma un blog così fortemente autoreferenziale non può vivere a lungo, un blog così era l’esatto contrario del mio desiderio profondo di capire e farmi capire perchè io ho sempre scritto, per prima cosa, per me stesso: scrivere per me è sempre stato sfogliare un libro segreto ma personalissimo. Scrivere è dipanare, dirsi, capirsi, toccare l’essenza e gioire di una verità luminosa e istantanea. Lo penso ancora, il vero problema è trasmettere la luce, non svilirla, non addomesticarla tanto da cambiarne il vero profumo e per ottenere tutto questo bisogna avere il coraggio di restare soli. Mi rendo conto di quanto questo discorso sia oscuro (per alcuni forse offensivo), tra l’altro è molto facile passare per un assoluto e inguaribile arrogante, la luce, la verità…neanche fossi un novello messia! Eppure il senso, quel momento in cui, dopo una frase o un periodo, capisci che puoi dire a te stesso – Sì è così, esattamente così- quel momento esiste, per tutti, letterati o meno. Raccontarlo e mostrarlo quel momento è, secondo me, uno dei pochi modi per dirsi vivi e umani. Per farlo devi passare attraverso gli altri, devi aprire le porte e le finestre, devi prendere la tua creatura e offrirla “in pasto” al mondo che la cerca e che spesso non l’ama. Sono i commenti, il loro spirito, le altre vite e i loro inevitabili compromessi, sono gli altri bloggers la vita e la morte assieme di ciò che scriviamo.
Non avevo messo nel giusto conto questo aspetto del problema, non avevo riflettuto sul serio sulla componente “sociale” e di condivisione che gli umani usano fra loro; poco alla volta mi sono reso conto che limavo, smussavo, persino non dicevo in certi casi, quando io ero da tutt’altra parte e di tutt’altra idea. Tanto disponibile ad ascoltare e così poco fermo nel farmi ascoltare. L’ideologia amici miei, la bestia che mi aveva divorato negli anni della giovinezza, il contrario dell’assoluto di cui parlavo prima, mi aveva riagguantato… ma dovrei dire ci aveva riagguantato. E nonostante la sintassi e la cultura, al fondo di tutto il senso di morte e solitudine non mi abbandonava mai: il mio blog con annessi e connessi era un magnifico de profundis ai miei anni e alle mie scelte.
Ci fu un giorno in cui tu, Marina, scrivesti un post sulla tua senilità incipiente e su come essa ti avesse liberato dal “bisogno” di piacere agli uomini. Era scritto bene, era duro e lucido, era perfettamente in linea con il tuo spazio: grammaticalmente e sintatticamente non faceva una grinza, lo stile era acido puro.
Vi furono, come sempre molti commenti più o meno entusiasti, altri ricchi di distinguo. Io ti scrissi un commento acceso e duro, almeno quanto il tono che usavi tu. Lo scrissi di getto ma un attimo prima di fare click mi fermai e lo rilessi…non te lo inviai mai. E’ qui nel mio archivio testimonianza perfetta di quanto e come la rabbia e la delusione possano giocare brutti scherzi, non avertelo inviato fu forse un errore ma mi fece capire, alcuni giorni dopo, che io non ero adatto a questo mondo, che non era questo il mio modo di relazionarmi se mai ce ne fu uno!

SETTE

Apro spesso i miei blog e me li riguardo come certi momenti miei, rileggo, confronto e rifletto. C’è un fondo innegabile di malinconia ma essa è ormai un leit-motiv nella mia vita. Però la decisione presa resta per me ancora valida: del mio mondo e delle mie aspirazioni non c’è quasi più nulla nel paese dove vivo adesso ma questo non mi ha mai spinto ad ipotizzare esili più o meno assurdi, sono già sufficientemente alieno a me stesso. Queste pagine sono il mio specchio, riflettono un uomo che non si piace più a sufficienza ma non può rinnegare se stesso. Il blog è una parte di me che non riesco più a far crescere come vorrei e che non mi aiuta più nell’interloquire con quelli di voi che stimo di più.
Il blog vi dice alcune cose,importanti non lo nego, ma non le dice tutte. Sono un vecchio borghese meridionale aristocratico e demodè quanto basta per restare così: sospeso. Sembro non aver pace: ho lasciato decine di tracce e di resti in rete in tutti questi anni. Penso spesso che è impossibile commentare ciò che scrivo, mi domando quindi quale senso possa avere farlo in un contesto in cui l’interloquio è fondamentale. E’ questo il motivo principale di un tentativo “libresco” per questi scritti frammentati. Qui scrivo solo per me, mi dico e un po’ mento, scrivo per lasciare un segno alle spalle dei miei giorni: non riesco a pensare a dei possibili commenti mentre lo faccio. Vi sono dei moti dell’animo che non hanno alcun senso comune, alcuna giustificazione e che, tuttavia, si palesano senza ritegno. E’ questo il motivo dei miei ritorni e delle mie assenze.Come il ritmo incessante dell’onda sul bagnasciuga. Dei luoghi che ho visitato ho piena la testa e i cuore, il mare avvicina e allontana a seconda dei casi. Ti avvolge e ti guarda: non sei tu ad osservarlo ma è lui che ti scruta e non puoi sfuggire al suo giudizio se ha voglia di dartelo.
Ho riflettuto a lungo sulla mia vita e sui percorsi compiuti: ad un certo punto ho avuto la sensazione che il tempo si fosse dilatato e, con esso, anche le alternative possibili. Ma non è così, non può essere così, appena esci dalla rada devi confrontarti con la possibilità di una tempesta o di un uragano. Quello che riuscirò a scrivere sarà la cronaca di un sogno a mezzaria fra questa stagione e l’altra che ho intravisto dentro la luce di un tramonto. C’è una realtà che conosco bene: stare da soli può uccidere; può lasciarti svuotato come una buccia che si sostiene per caso finchè un colpo di vento più forte la fa cadere e ne mostra tutta l’intrinseca debolezza. Non mi consolo, non ne ho voglia, anzi non ho voglie, non quelle comunemente definite come tali. Ho sogni, sogni bellissimi e vasti come il mare, talmente perfetti da lasciarti sbigottito. In fondo vivo di sorprese: stare sul web è una di queste, constatarne i limiti un’altra, rendersi conto che la volgarità è da ogni parte intorno a noi, e che ogni giorno, inevitabilmente, soffochiamo nell’imbecillità diventa infine l’inevitabile conclusione. Io faccio parte di questa comune sconfitta, che la dichiari in buon italiano e serenamente non ne cambia i connotati, mi rende solo più ridicolo. Capisco ora veramente i termini di un “certo” problema, adesso gli insulti e le critiche mi suonano comprensibili; raccontano il disagio di chi non vuole arrendersi all’esercizio di una superficialità di comodo e pretende una comprensione che si rifiuta di concedere agli altri. Battere queste righe è un vizio antico da cui non so liberarmi. Lo farò per te qui perchè l’armonia risponde a se stessa in un silenzio perfetto.
La querula dimensione del commento e del rimando ad esso perpetua un rituale che rende risibile anche un’intuizione corretta, soltanto uno spirito elevato può arrischiarsi a tentarlo: nascere è umano, perseverare è diabolico. Pare che io lo sia diventato ma l’eternità esiste e non è poi così sicuro che essa sia una liberazione o un fatto positivo; spesso appare ai miei occhi come un ripetersi ironico dei medesimi atteggiamenti mentali. E’ a quel punto che bisogna fare un ultimo sforzo e morire: morire ogni giorno alla consuetudine per rinascere alla novità della verità vera. Comunicare un emozione o l’idea di essa fa parte dello stesso concetto, diventa così facile comprendere come chiunque può appropiarsi di queste righe, fagocitarle e farle anche proprie se vuole. L’orgoglio e la tasca eventualmente ne soffriranno, la mente e l’anima da cui son nate non subiranno alcun danno per questo anzi ne godranno per una sorta di narcisistica partenogenesi. I cieli blu cobalto sono eterni dentro di me: ne ho scritto sperando che almeno parte della loro musica giungesse a voi.
Capita talvolta che si produca addirittura il trasloco delle atmosfere: certe angosce vestile come vuoi ma sono identiche. Però chissà perchè c’è sempre qualcuno che le piazza lì come a dire le mie sono migliori delle tue. Oggi andare per blog mi ha immalinconito, per certi versi deluso. Oggi il piattume ha superato il limite e i varchi sono diventati più stretti: oggi il mio paese non mi è piaciuto nei modi e nella gente. Anzi non è il mio paese ma questo non significa nulla. Quando qualcuno si appropria anche della tua incazzatura vuol dire che siamo arrivati alla frutta, lo diceva Gaber ( quanto mi manca) e lo diceva ad entrambi gli schieramenti. Sono stato più di mezzora al supermercato e mentre facevo la fila ho dato un ampia scorsa ai quotidiani, non mi è piaciuto neanche il Riformista e il Riformista mi piaceva molto. Non mi piace il giornalismo italiano. Noi sui blog se fossimo meno imbelli verso i target di riferimento potremmo fare sfracelli. Ma non puoi fare contenti tutti anche perchè dentro i tutti ci sono un bel numero di delinquenti, stronzi, mafiosi e profittatori.
Mi stanno sulle palle i guru di destra e di sinistra, non sopporto Feltri come non ne posso più di Concita e Marco Travaglio. Guarda anche mentre batto queste righe mi sale la nausea, se smetto o se continuo non cambia nulla. Smetto e mi dò alla poesia, al lirismo che vola sopra a tutto e a tutti.

Poesia di una riga 
scorciatoia per un paradiso 
senza rate
posizione certa del mio vivere 
incerto. 
Mi avvito senza fretta 
e sono già dentro il sogno
il cuore dentro 
e gli occhi fuori a scrutare
il fastidio 
e la mancanza 
le buone maniere 
e il mio definitivo commiato.

La verità è che ho fatto un volo più breve di quello dei fratelli Wright e l’aereo si è sfasciato subito.

domenica 21 febbraio 2016

OTTO

Quando non ho niente da fare scrivo peggio, mi accomodo, uso più parole, sono più civile e non mi piaccio, che poi è una costante della mia vita. Adesso ho da fare alcune cose, le solite rotture ma scrivo: fra una cosa e l’altra e mentre lavoro penso a quello che scrivo. Ogni tanto mi esplode in testa un pensiero pensieroso, di quelli intelligenti davvero…passano 2 minuti vado al pc e non è più lo stesso. Porcaccia miseria, la luce se n’è andata, il guizzo deciso e unico ha traslocato da un altro blogger. Non negatelo, lo vedo benissimo dov’è andato. Ma si può mettere il copyright all’ideazione? Scriverò sul bloggorollo che le minchiate di questo blog sono di proprietà esclusiva dell’autore, qualunque uso ne facciate siete pregati di dichiararne l’origine eh, niente scherzi. Se sono occupato in altre faccende le cose che scrivo diventano essenziali. Non ho tempo di renderle meno sceme, posso solo trasferirle sullo schermo. Ogni tanto la luce della lampadina del genio resta accesa il tempo sufficiente a nobilitare il post ed io grido, accuso, sono sgrammaticato e cadendo ( perchè casco giù lo so) faccio un gran casino. Quando dopo sono fermo e guardo in silenzio le mie righe come vermi neri sul fondo bianco mi sembrano tutte uguali, anche quelle dell’anno scorso, tutte sono il suono con l’eco della mia vita che non riesco a mettere per iscritto.
Trovare la propria strada, sentirla dentro e non riuscire a percorrerla fuori: questa è stata la mia vita di blogger finora, un controsenso continuo. Non sarebbe cambiato nulla, credo, neanche in un contesto diverso, l’insoddisfazione o il disadattamento, una conflittualità permanente distruttiva e rapace avrebbero avuto l’identico effetto fuori da questa tastiera e da questo mondo di bites. In tutti questi anni ho aperto una decina di Blog, uno per ogni faccia del mia personalità, il risultato finale è stata la mia scomparsa come blogger, l’annullamento di ogni traccia e di ogni possibile riferimento. Non si può essere accettati se non ci si accetta, non esiste un luogo dove poter posare i propri umori più intimi se non nel segreto della propria coscienza: il contatto con il diverso da noi ci cambia, il timore di non essere accettati ci spinge a continui aggiustamenti, quello che ho scritto in più di 8 anni doveva spargersi in un gran numero di volti fittizi per poter essere accettato, questo è quel che ho creduto finora e così l’imprimatur di libertà ed espressività di un blog me lo sono negato fino ad oggi, consegnando ad improbabili testimoni il senso vero e UNITARIO di ciò che scrivo e sono.
Non ho mai fatto tanta fatica a realizzare, seppur in termini elementari, uno spazio che finalmente mi somigliasse. Tuttavia sono qui, tuttavia prenderò le misure e lascerò anche qui la mia orma. Gli altri, i contatti, i lettori o il sale che fa di un blog qualcosa di vivo o una crisalide mummificata, li lascio al destino e all’evoluzione fisiologica dei miei e dei vostri istinti. Qui io non devo nè piacere nè dispiacere, qui ci sono soltanto io, Enzo. E testimonio me stesso nella consuetudine mediocre e brutale dei miei giorni, uno dopo l’altro
“ Venti euro per favore” “ Vada un po’ avanti…ecco va bene così”.  Guardo la rotonda e l’orologio: non è tardi ma tra poco qui ci sarà un oceano di macchine, ognuna col suo omino dentro a starnazzare in fila. Io non ho voglia di andare a lavorare. Non ho voglie tout court.
-Fatto
- Grazie ecco i venti euro.
La lancetta si è appena mossa, un solletico venti euro: sarò stronzo se da 2 anni metto sempre venti euro? Cosa spero di ottenere? Un viatico verso un impossibile risparmio? Una pezza su una situazione economica sempre più drammatica? No, sono solo uno stronzo. Suonano adesso e il benzinaio mi guarda interrogativo, anche l’autista dietro di me fa lo stesso: sono qui in catalessi da almeno 2 minuti e non ho nemmeno riacceso il motore. E che c..o ho capito, me ne vado, me ne vado. Mi fermo o non mi fermo a prendere il giornale? Certo se li leggessi; stanno ammucchiati sulla scrivania dello studio a testimoniare l’inutilità delle cose. Facciamo così, mi fermo e prendo Gli Altri così vedo un po’ cosa scrive Piero e penso a sua moglie e ai suoi ragazzi e alle foto del matrimonio di Pucci in America. Le mie cugine sono in gamba, durette ma in gamba; ci siamo accapigliati tante volte negli ultimi 30 anni. Piero no, Piero è più sfuggente, diplomatico. Sarà che ormai è dappertutto: Rai, Mediaset e via così…certo che quella volta a casa dei miei a Palermo davanti alla caponata… Mio padre lo avrebbe azzannato alla gola: “ Senti non ti rispondo per le minchiate che dici per rispetto alla memoria di mio fratello tuo suocero, che se c’era lui non avresti parlato così “  Silenzio a tavola e salvataggio in extremis di mia madre e della caponata fatta “lege artis”. La panza è più forte di tutto; anche dell’amore? No, però un po’ ci si avvicina, aggiungici del vino bianco e secco di Alcamo e una ventina di cannoli freschi e il gioco è fatto. Comunque papà si rifece poi a briscola e di sera la politica della sinistra italiana era già seppellita da una miriade d’altre storie.
- Repubblica dottore?” e ce l’ho già in mano.
- No mi dia Gli Altri
- Come?
- Questa guardi, ecco a lei.
Sento che il tipo mi guarda le spalle: compri un quotidiano per 6 mesi e sei Scalfari! Se cambi sei sospetto, proibito cambiare, al massimo effettui l’acquisto in un altro quartiere e così ti prendi un’altra identità. Da domani compro 3 giornali diversi in 3 edicole diverse: 3 Enzo, nessun Enzo. La Sicilia non la compro mai, illeggibile: una regione col più elevato tasso di letterati e scrittori d’Italia e nessun foglio degno di questo nome!! Il sud del giornalismo il sud della nazione… Ho svoltato senza mettere la freccia, sono nervoso ma la mia manovra non ha scoraggiato nessuno, qui guidano tutti da cani ed io con loro. L’idea di svoltare si è rivelata pessima visto che siamo tutti fermi adesso. Un gruppo di ragazzine si avvicina lungo il marciapiede: vanno a scuola, parlano fra loro e ridono, una è più in disparte, la più grassottella; è vestita come le altre ma gli abiti le stanno male addosso. Chissà come soffre, penso, chissà quanti bocconi amari avrà ingoiato, i ragazzi sanno essere tremendamente crudeli tra di loro. Le tre più graziose hanno un bel sedere, ben messo in mostra…quanti anni avranno? 14, 15 al massimo, sembrano più grandi. Pochi giorni fa ne hanno uccisa una in provincia di Caltanissetta; uccisa e bruciata e poi gettata in un pozzo. Aveva il ragazzo ma faceva l’amore anche con 2 suoi amici in un rustico di campagna, a un certo punto ha detto loro che era incinta. Quelli l’hanno uccisa! Punto. Come una cosa che non serviva più, gli assassini hanno da 15 a 17 anni.
Il ragazzo di Canicattì invece ne aveva 18: ha visto la sua ex ragazza a passeggio con un altro e gli è sembrato logico infilargli un cacciavite nel cranio. Anche il militare che amava circondarsi di donne, che frequentava FB, adesso è vedovo, la moglie una bella ragazza bruna, dorme il sonno eterno massacrata da 35 coltellate. Yara è già passata di cottura come notizia… abbiamo bisogno di carne fresca, magari dalla Norvegia dove non succede mai niente ma quando succede… Ma in che mondo vivo io? Io non voglio, non voglio, io non ho niente a che fare con questa camera degli orrori. Niente a che fare. Suonano di nuovo, seconda catalessi, la fila si muove e sfila di lato a un camioncino che scarica merce in seconda fila. Avrò percorso si e no 200 metri e sono invecchiato di una decina d’anni: non è vero che l’orrore non ha che fare con me, mi ha già sfigurato.
Appena arrivo in studio prendo una 5 ml e me la caccio nella radiale, un po’ d’aria nelle vene e puff…anch’io, senza un senso. Affanculo tutto: i soldi, la mia ex moglie, i miei debiti, i miei pensieri e i miei errori. Affanculo il blog e i suoi insulti…ma i ragazzi? Affanculo la mia professione…ma i miei figli? Affanculo l’amore perso, cercato, inseguito…ma Anna? Ho un nodo in gola. Sono arrivato e non me ne sono accorto, dimenticata ogni cosa: le curve, gli stop e gli incroci.
Carmelina, l’assistente del veterinario è già al lavoro, mi saluta con la mano e mi sorride mentre passo davanti alla vetrata. Ha il sorriso più chiaro e aperto del mondo, un sorso di acqua fresca dopo il deserto. Carmelina è grassa come una palla e ha gli occhi verdi, quando muove le mani è come se suonasse. Lei non sa che oggi mi ha salvato la vita. Questo è un Paese rovesciato: di sopra si gela ma tutti media parlano esclusivamente del caldo che verrà, dello spread, del calendario Maya e della farfalla di Belen. Io penso al massacro dell’art. 18 e al prossimo paziente che mi aspetta.